Storie del 1992: quando lo Stato era diviso tra chi combatteva la mafia e chi la aiutava

“ Le trattative furono la causa determinate dell’accelerazione del progetto di eliminare il dottor Borsellino. Sotto sotto siamo stati pilotati dai carabinieri” raccontava ai magistrati Giovanni brusca detto “U scannacristiani”, mafioso di punta dell’Italia degli anni ’90.

Il Sisde nasce nel 1977. Acronimo di  “Servizi per l’informazione e la sicurezza democratica” è predecessore dei Servizi segreti italiani. Nel 1990 due figure vengono riconosciute come deviate dal proprio ruolo e colluse in trattative con Cosa Nostra; Sono Bruno Contrada e Lorenzo Narracci e lavorano, insieme, nei servizi di sicurezza italiani – il Sisde per intenderci. 

Il 23 maggio 1992 – dopo un primo attentato fallito tre anni prima – Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e 3 uomini della scorta saltano in aria sull’autostrada Punta Raisi-Palermo, in località Capaci. L’attacco è subito rivendicato dalla falange armata – organizzazione che rivendica tutte le stragi della trattativa Stato-mafia dal ’90 al ’94 – e, a pochi passi dalla strage, viene ritrovato un bigliettino con un numero di cellulare. Il numero appartiene a Lorenzo Narracci, funzionario del Sisde e vicino a Bruno Contrada.

Fonte: L’Osservatore d’Italia

Nel 1992 l’Italia è nel pieno della trattativa Stato-mafia. Una parte dello Stato combatte la mafia, un’altra parte aiuta la mafia a vincere lo scontro. Ci sono numerose figure che compaiono all’interno di questa trattativa, tra queste figura Bruno Contrada.

Proprio Gaspare Mutolo, nel frattempo pentitosi e diventato collaboratore di giustizia, è ansioso di dire la sua sulla trattativa, ha qualcosa di urgente da dire al dottore Borsellino: “Parlerò dei rapporti con la mafia di uomini delle istituzioni, come Bruno Contrada e il giudice Domenico Signorino.

Il giudice Borsellino deve interrompere il colloquio abbastanza rapidamente perché deve partire per Roma. A Roma partecipa ad un impegno con i vertici di giustizia dove incontra Bruno Contrada, che senza sapere nulla del colloquio con il pentito Mutolo, gli fa una battuta sul pentimento di quest’ultimo – c’è da dire che il pentimento di Gaspare era ancora top secret. Borsellino ritorna da Mutolo e Mutolo stesso riferirà che il magistrato era nervoso. In verità a Roma il giudice Borsellino aveva capito che alcuni membri delle istituzioni stavano cercando di portare avanti la richiesta numero uno del papello di Rina, il reato di dissociazione mafiosa. La richiesta più pericolosa di Cosa Nostra. 

Il 16 luglio, pochi giorni prima del giorno dell’attentato, Borsellino interroga Mutolo e lo stesso accetta di verbalizzare le accuse a Bruno Contrada. Lo stesso Brusca, qualche tempo dopo, dirà: “ Le trattative furono la causa determinate dell’accelerazione del progetto di eliminare il dottor Borsellino. Sotto sotto siamo stati pilotati dai carabinieri”, -Si riferiva al ramo deviato del Sisde? A Contrada e Narracci?-

Veniamo al 19 luglio, il giorno della morte del magistrato Paolo Borsellino. Alle 16:58 una Fiat 126 esplode davanti casa della madre del giudice, muoiono Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Bruno Contrada in quel momento è in gita in barca al largo delle coste di Palermo, con lui Lorenzo Narraci, lo stesso a cui apparteneva il numero sul luogo della strage del giudice Falcone. Sulla barca è presente anche il proprietario dell’imbarcazione, un certo Valentino Gianni, commerciante a Palermo di abiti da sposa. Alle 17, cento secondi dopo l’esplosione, Contrada chiama il Sisde per avere informazioni, pare che Valentino abbia ricevuto una chiamata dalla figlia in cui lo informava dello scoppio di una bomba che aveva ucciso il giudice Borsellino. 

Nemmeno la polizia, che si è catapultata in 15 minuti sul luogo dell’accaduto, sapeva dopo soli 30 secondi esatti dal botto, quello che era successo. Contrada però, in alto mare, con la rete telefonica saltata in mezza Palermo, lo sa. Una possibile chiave di lettura può essere che la chiamata non provenisse dalla figlia di Valentino, ma da qualcuno che era sul luogo dell’esplosione. Che membri del Sisde siano stati coinvolti nelle stragi del 1992 è confermato dalla condanna per concorso esterno in associazione mafiosa. Tuttavia nel 2015 la Corte Europea dei diritti dell’Uomo condanna l’Italia a risarcire l’ex agente dei servizi segreti con la motivazione che all’epoca dei fatti a lui contestati – negli anni ’80 – il reato di concorso in associazione mafiosa non era “chiaro, né prevedibile”

La figura di Lorenzo Narracci

Il 23.10.2010 la DDA – Direzione distrettuale antimafia – sottopone Lorenzo Narracci ad un procedimento penale. I fatti contestati sono i seguenti: “concorso in associazione mafiosa all’interno dell’organizzazione di stampo mafioso chiamata Cosa Nostra, nonché nel perseguimento delle finalità della stessa, mettendo a disposizione le sue competenze e le capacità derivategli dall’appartenenza al servizio di Informazione per la Sicurezza in quanto appartenente alle forze del SISDE, in aggiunta alle sue qualità di vice capo del centro di Palermo, partecipando in questo modo al mantenimento dell’associazione criminale medesima”. In particolare nell’atto della Procura si legge: “In particolare per aver agevolato i contatti tra Vito Ciancimino, altri ambienti istituzionali e appartenenti a Cosa Nostra nel periodo immediatamente precedente la stage di Capaci e la strage di via D’Amelio”. Lorenzo Narracci è stato accusato dalla DDA di aver portato avanti un disegno criminoso con Rina e Provenzano. Per aver fornito un supporto nella preparazione ed esecuzione delle stragi del 1992

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