Revenge Porn: dalla parte delle vittime

DiDario Amighetti, Raffaele Buccolo, Valentina Civale, Greta Contardi, Sofia D’Arrigo, Melania Grelloni

Wired ha svelato la scabrosa pratica del Revenge Porn, reato tornato violentemente alla ribalta nella scorse settimane. Tra vittime inascoltate, giustizia fai da te e iniziative web abbiamo raccolto svariati punti di osservazione sulla pratica della vendetta che ha ragioni culturali profonde.

Lo scandalo dei gruppi Telegram

Cos’è Telegram? Un’applicazione di messaggistica istantanea molto simile alla più diffusa WhatsApp, ma con alcune funzioni in più: per esempio, dà la possibilità di creare dei canali con moltissimi utenti e in cui si può interagire, mantenendo l’anonimato, tramite nickname. Inoltre, per utilizzare l’app, si possono usare anche dispositivi non direttamente riconducibili a noi (tipo quelli senza scheda SIM, cioè non rintracciabili).

Telegram è diventato così il mezzo ideale per i malintenzionati. L’ultimo scabroso utilizzo dell’applicazione è quello adottato da alcuni soggetti che hanno dato vita a uno scambio di foto di nudo di donne di cui si volevano vendicare, le loro ex, al mero scopo di vederle riempite di insulti sessisti da parte degli altri membri del gruppo, oppure reindirizzando gli stessi membri al numero della vittima o al suo account social per poterla vessare direttamente. 

E’ quello che si definisce revenge porn, in italiano “porno vendetta”, sebbene la pratica faccia riferimento anche alla diffusione di materiale pornografico a scopi non vendicativi. E’ considerato reato dal 16 luglio 2019 e prevede una pena che va da 1 a 6 anni di carcere e una multa che può avere entità da 5 a 15 mila euro.

A fare luce sull’ultima tendenza scandalosa scatenatesi sui canali Telegram è un’inchiesta di Wired a firma del giornalista Simone Fontana pubblicata lo scorso 3 aprile. “Siamo entrati nella chat dove oltre 40mila persone ogni giorno mettono in scena il rito collettivo dello stupro virtuale di gruppo. Foto delle ex, ma anche pedopornografia, in uno spazio online accessibile a chiunque che può rovinare una vita” – esordisce il giornalista Simone Fontana, prima di descrivere fatti scabrosi.

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