Peppino Impastato è morto ammazzato. Vincenzo Gervasi, avvocato della famiglia Impastato, ricorda un processo lungo ventidue anni

Peppino Impastato muore ammazzato la notte del 9 maggio 1978, il mandante verrà condannato in via definitiva a gennaio del 2002. In mezzo ventidue anni di processi. Il 9 maggio del ’78 in particolare, è un giorno che tutti ricordano, e lo ricordo anche io, che sarei nato sedici anni più tardi. Due corpi senza vita vengono ritrovati durante quella interminabile giornata. Il primo è il cadavere di Peppino Impastato, il secondo quello di Aldo Moro. La prima storia ha visto riconoscere i responsabili ventidue anni dopo, la seconda non li ha mai riconosciuti. Sono vicende differenti, ma entrambe vittime di un’Italia dilaniata da rapporti segreti tra uno Stato centrale riconosciuto e dei gruppi eversivi che in quegli anni chiedevano indipendenza. Sono entrambe figlie di una guerra di poteri che tra gli anni ’70 e ’90 ha avuto la massima espressione. 

Quella che si ricostruisce nelle prossime righe racconta l’omicidio di Peppino Impastato. Il modo più fedele per farlo è ripercorrerla con chi si è battuto per oltre ventidue anni affinché quella verità, tanto difficile da dimostrare nello scorso secolo, venisse raggiunta nel 2002. Vincenzo Gervasi è stato l’avvocato della famiglia di Peppino Impastato.

Partiamo da una domanda che arriva già a fatti accaduti, una domanda con cui chiunque abbia incontrato il caso di Peppino Impastato prima o poi si è scontrato: perché, secondo lei, ci sono voluti quasi 30 anni per arrivare alla verità e ad una condanna definitiva?

Perché ci sono stati dei depistaggi. Sopratutto, questi depistaggi sono avvenuti da parte di organi istituzionali.

Ha conosciuto Peppino Impastato in vita?

Sì, appartenevamo ad organizzazioni politiche diverse seppur di sinistra, avevo con lui quindi una frequenza episodica e devo dire conflittuale. Lui apparteneva prima a Lotta Continua, ad un partito che si chiamava PSIUP, nato dalla scissione del Partito Socialista Italiano; poi, durante il corso degli anni universitari, le volte in cui abbiamo dialogato era in Lotta Continua e successivamente in Autonomia Operaia. Come si usava allora, i rapporti erano sì di discussione, ma di discussione conflittuale. Nel 1969 in Sicilia c’è stato il terremoto del Belice che provocò una grande devastazione. Un anno dopo circa, Danilo Dolci, sociologo triestino importante che operava in Sicilia, organizzò una marcia che dalle zone terremotate arrivava a Palermo, per rivendicare la ricostruzione e unì due aspetti. Da una parte la Sicilia, dall’altra la pace nel mondo. Peppino Impastato seguiva questa marcia tenendo in mano un diario. La manifestazione si concluse in una piazza di Palermo, fu lì che conobbi Peppino Impastato. Dovremmo essere nel 1970. Ci incontrammo ancora negli anni degli studi universitari, lui era iscritto a filosofia ed io a giurisprudenza, lo vedevo nelle varie sedi politiche studentesche. Nel ’73 noi eravamo per il compromesso storico, lui contrario. Non aveva una pregiudiziale ideologica nei confronti di questa posizione del Partito Comunista, ma diceva sempre questa cosa che mi faceva riflettere e che poi si rivelò vera: “Qua ed ora in Sicilia il compromesso storico significa – nei comuni sopratutto – il compromesso con la Dc e andate al governo con la Dc, in realtà fate il compromesso anche con la mafia e dentro la giunta avrete anche un mafioso”. Questo argomento prova anche un’altra cosa: Peppino Impastato era molto radicato nel territorio. Dettava la profonda conoscenza che Peppino aveva del territorio, lo raccontava e ne traeva analisi.

Quando conosce invece, la madre di Peppino Impastato?

Tra l’ottobre e il novembre del 1978. Mi ero laureato da poco, avevo appena finito il militare e stavo facendo pratica in in uno studio legale che si occupava di questo caso. Fu in assoluto il primo dei miei casi e  mi fu affidato, come primo compito, la ricostruzione fotografica dei resti del cadavere recuperati dai compagni di Peppino Impastato. Attraverso quelle immagini volevamo in quel momento mettere su una memoria per contestare ancora la narrazione che voleva Peppino Impastato caduto in un atto di terrorismo. Accompagnai la madre di Peppino Impastato, la signora Felicia – Giovanni credo che fosse in viaggio di nozze in America – dal consigliere Chinnici per la costituzione di parte civile. 

fonte: Inchiestasicilia.com

E’ l’alba del 9 maggio 1978 e il corpo di Peppino viene ritrovato dilaniato da una forte esplosione, gli amici di Peppino arrivano sul posto e iniziano a cercare di capire cosa sia accaduto, contemporaneamente prendono il via le primi indagini. Quando si inizia a parlare pubblicamente di Gaetano Badalamenti come mandante dell’omicidio di Peppino Impastato?

Io da questo punto di vista posso dare anche una testimonianza personale. Nel maggio del 1978, lei ricorderà che la morte di Peppino Impastato coincide con il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro. Io ero militare in Sicilia in uno di quei battaglioni che si chiamavano Battaglioni Operativi, anche usati per l’ordine pubblico; eravamo anche adibiti alla custodia e alla vigilanza nei luoghi sensibili. Eravamo quindi in uno stato di allarme e – io di questo sono testimone per dire che il depistaggio era partito subito – noi ricevemmo all’alba del 9 maggio l’allarme perché dei terroristi avevano fatto esplodere una bomba sulla linea ferrata Palermo-Trapani. Quindi la segnalazione del fatto che si trattò di un atto di terrorismo arrivò subito. Di Badalamenti non cominciarono a parlare subito le istituzioni, ma fin da subito lo fecero i compagni di Peppino Impastato. Solo loro. Devo dire che il dottor Chinnici, che studiò il caso, si convinse che era un delitto di mafia abbastanza presto. Quando fu formalizzato da parte della Procura della Repubblica e fu a lui trasmesso il fascicolo, si convinse che si trattava di un omicidio e cominciò ad indagare negli ambienti che erano vicini al Badalamenti. Addirittura arrestò – penso qualche mese dopo l’omicidio – degli imprenditori per falsa testimonianza, in relazione ad una speculazione edilizia ed in relazione a ciò che questi imprenditori avevano detto su Impastato. Però, senza dubbio i primi a parlare della figura di Badalamenti furono i compagni di Peppino Impastato e la sua famiglia.

Una figura chiave nei primi momenti delle indagini sulla morte di Peppino è il maggiore Subranni; indirizzò le indagini all’ipotesi di suicidio tanto da chiudere il tutto in poco tempo e, nonostante le perizie del prof. Del Carpio suggeriscano nuovi indizi, il maggiore Subranni redige un secondo rapporto in cui resta fermo sull’ipotesi di suicidio. Avvocato, lei cosa ne pensa?

Il dottor Subranni, devo dire con molta disinvoltura, ha negato di aver fatto ciò, lo ha negato durante il corso del processo. Ma non fu soltanto lui. Nel mantenere ferma questa posizione, come lei ha correttamente citato, o meglio, quando i Carabinieri mantengono ferma questa posizione, il giudice Chinnici la respinge e fa degli atti di delega e degli indirizzi di indagine che poi avrebbero portato non a Badalamenti ma al fatto, almeno, che di omicidio si trattò e che omicidio di mafia era. I Carabinieri intervengono pesantemente ed accusano Chinnici – tra l’altro con uno scarso grado di conoscenza della geografia politica del tempo – di star facendo questo perché avrebbe voluto candidarsi alle successive elezioni. Fu una cosa pubblica ed abbastanza fastidiosa che è stata anche ricordata durante il processo. Quindi sì, i Carabinieri mantengono questa tesi per anni, sostanzialmente questa tesi è presente quando c’è il processo che poi portò alla condanna di Badalamenti e i difensori la sfruttano. L’operazione che porta a ciò, si deve tutta quanta all’opera istruttoria prima del consigliere Chinnici e poi dell’ufficio di istruzione guidato da Caponnetto. Per ben tre volte noi abbiamo avuto un’archiviazione; un archiviazione che parte sempre dal presupposto che si tratta di un omicidio, che è stata la mafia, ma che non è stato possibile individuare gli autori. Anche perché non era chiaro, in quel momento, il ruolo di Badalamenti e si era indecisi tra Badalamenti e i Corleonesi.

C’è una storia poco conosciuta all’opinione pubblica, quella delle tre chiavi e di un brigadiere che cercava una chiave specifica, per terra, sul luogo del delitto.  Ne ho trovato una minima traccia nei documenti processuali. A cosa porta l’indizio della chiave?

Il problema della chiave c’entra anche con l’esplosione, il fatto che cercassero una chiave era anche indizio del fatto che tra chi operava sul campo, c’era qualcuno che in realtà, molto probabilmente, quella chiave la volesse sottrarre. Il problema della chiave non è poi così rilevante – in realtà – per il fatto che qualcuno la stesse cercando, piuttosto è importante perché la chiave è rimasta integra. E’ stato uno degli aspetti di carattere medico legale su cui abbiamo lavorato. Se Peppino Impastato fosse esploso così come volevano i Carabinieri, che sono intervenuti sul momento, ciò che Peppino aveva addosso sarebbe andato totalmente distrutto, compresa questa chiave, perché data la posizione del corpo rispetto alla bomba, questa chiave non si doveva più trovare. Invece, fu trovata nei pantaloni di Peppino Impastato – in realtà, fu possibile esaminarla – e dimostrava proprio che Peppino Impastato, nel momento in cui esplode la bomba, era esanime, o morto o svenuto, e quindi la chiave è stata uno degli elementi che ha dato modo nella perizia medico legale – sopratutto nel lavoro che ha fatto Chinnici – di determinare meglio le circostanze dell’esplosione e meglio le circostanze della relazione e delle posizioni reciproche che avevano il corpo e la bomba. 

fonte:Palermotoday

Oltre alla dichiarazione di Palazzolo, quali sono state le altre voci e indizi che hanno contribuito al verdetto finale e che non erano spuntate nel primo processo?

Sostanzialmente, c’era stato un fatto importante, che c’entra in qualche modo anche con il depistaggio. Il Maxiprocesso. Ricostruisce l’attività della cupola di Cosa nostra in un certo periodo, ed anche nel periodo in cui muore Peppino Impastato. Nel 1978 accade questo: nel momento in cui Peppino Impastato viene ucciso, i Corleonesi nella loro scalata al potere utilizzano gli strumenti militari e gli strumenti della politica. Alcuni boss mafiosi erano stati ammazzati in quel periodo e su altri si utilizzavano le armi della politica. I Corleonesi volevano che Badalamenti venisse estromesso dalla Cupola e quindi su di lui avevano aperto una campagna di diminuzione. Alcuni uomini di Badalamenti informavano i Carabinieri, in maniera precisa e pedissequa, delle mutazioni geografiche che avvenivano dentro la cupola e dentro la geografia di Cosa Nostra palermitana e non solo. Noi nel Maxiprocesso ritroviamo come confidenze, ovvero come dichiarazioni che non avremmo potuto utilizzare, alcune dichiarazioni di mafiosi importantissimi che raccontano come stava mutando la geografia di potere all’interno di Cosa nostra. Dietro questi racconti c’è Badalamenti che prova a contrastare l’ascesa dei Corleonesi anche tramite questo strumento. Del resto Badalamenti, fin dall’immediato dopoguerra, è uno dei classici mafiosi. Preferisce convivere anziché contrapporsi, collabora con i Servizi, con i Carabinieri, è un uomo che collabora con le istituzioni. Sa perfettamente la misura che deve adottare in relazione agli interessi che ha. Quindi penso che la collaborazione tra Badalamenti e i carabinieri sia la  motivazione per cui i Carabinieri provano a coprire questa cosa. E’ del tutto chiaro. Badalamenti gli serve. 

Che situazione stava vivendo Badalamenti all’interno di Cosa nostra e in che modo si costruisce l’omicidio di Peppino Impastato?

L’accusa dei Corleonesi nei confronti di Badalamenti, che sarebbe in qualche modo l’accusa che lo induce ad uccidere Peppino, è quella di permettere non tanto che nel suo territorio si facesse una lotta antimafia, ma che Peppino Impastato potesse sbeffeggiarlo, diminuirlo, ridicolizzarne l’autorità anche attraverso la radio. Utilizzavano il pretesto non solo a scopo propagandistico, accusando Badalamenti di non essere più in grado di fare il capofamiglia, ma perché fosse “estromesso dalla commissione di Cosa nostra”. Questo da un lato induce Badalamenti a far uccidere Peppino Impastato. Però, Peppino agli occhi dei mafiosi non era solo un militante, ma un membro di una famiglia che doveva sottostare alle regole della mafia. La famiglia di Peppino era importante all’interno del panorama mafioso, uno zio di Peppino Impastato era stato addirittura capo della Commissione. Io penso che Badalamenti non fosse un sanguinario e avrebbe preferito sistemi diversi, però messo davanti all’accusa e sopratutto alla richiesta di venire fatto fuori dalla Commissione, uccide Peppino Impastato e contrasta la richiesta dei Corleonesi. Come si vedrà più avanti, non fu abbastanza, perché comunque fu estromesso dalla Commissione mafiosa e dovette addirittura fuggire all’estero. 

“A sole due udienze dalla fine del processo mi auguro che l’indisponibilità degli Stati Uniti sia dovuta soltanto a problemi tecnici e che non ci sia dell’altro. Chiedo dunque che il ministero degli Esteri e quello della Giustizia si attivino al più presto perché il processo arrivi al suo fisiologico compimento. Se dovessero esserci ulteriori difficoltà, forse converrà valutare l’opportunità offerta in passato dalle autorità americane di andare a concludere il processo in America”. Questa è una sua nota durante il processo verso Gaetano Baldalamenti come mandante dell’omicidio di Giuseppe Impastato. Cosa pensa stesse accadendo in America in quei giorni?

Badalamenti tratta, Badalamenti tratta come ha sempre fatto nella sua vita, tratta sempre lui. Fino all’ultimo momento lui fa credere di poter dare informazioni, di poter collaborare ma alla fine non dà nulla. Quindi, tratta sia sul fronte americano e sia sul fronte del traffico di droga internazionale. Gli americani sono interessati a questo. Fino a questa mia nota lui trattava, un continuo tira e molla sulla partecipazione e sull’esame. Tutto questo mi indusse a palesare la possibilità di andare negli Stati Uniti. La Corte acconsentì, ma quando si concretizzò la possibilità di andare da Badalamenti per ascoltare in presenza ciò che avesse da dire con un interrogatorio e non dichiarazioni spontanee, allora lui si sottrasse.

Riguardo al primo processo penale, Il Questore Vella, alla domanda di Michele Figurelli circa il proprio coinvolgimento nelle indagini successive alla morte di Impastato riferisce: “Mi pare di no. Ricordo che c’era sicuramente Subranni, perché dirigeva le operazioni […]. Quando siamo arrivati là, i Carabinieri erano già arrivati alle conclusioni. Si disse che era stata trovata la lettera, si parlò di «incidente sul lavoro»: tutto era già pianificato”. Negli anni come hanno risposto le indagini a quel “tutto era già pianificato”?

Guardi, questa cosa di Vella per me è una cosa carissima. La Polizia si tira fuori e dice: “Guardate che noi non c’entriamo nulla, abbiamo visto che tutto era pianificato, il lavoro era concluso, noi non c’entriamo nulla”. Significa semplicemente che se ci fosse stato qualcuno da cercare nei depistaggi, quelli non erano loro, perché non si erano mai occupati di ciò. La preoccupazione di Vella non era tanto il processo penale, quanto l’inchiesta della Commissione Antimafia in corso. Il riferimento del senatore Figurelli è questo.

Una figura ed un omicidio a cui si è dato poco spazio nel tempo è il padre di Peppino. Anche l’omicidio del padre è stato attribuito a Badalamenti?

No, l’omicidio del papà è stato archiviato come incidente stradale. L’unica stranezza di questo incidente stradale è che la signora che lo ha investito, signora a mio parere al di sopra di ogni sospetto, ha dichiarato che “E’ come se mi fosse caduto dall’alto”. Non c’è stata nessuna inchiesta e quindi si può soltanto dire che è stato un incidente stradale. 

Qual è stato il momento più duro del processo?

Il momento più duro è stato giungere alla fine. La liberazione finale si è concretizzata nel vedere la fine di questo processo. Il 2002 è l’anno della fine, tenga conto che io conobbi Peppino nel 1970. Mi sono occupato della sua morte dall’ottobre del 1978 e tutta la mia carriera professionale è stata segnata da questo processo. Quando tutto finì nel 2002, in qualche modo, sicuramente, avevo la consapevolezza di essere riuscito a vederne la fine in un arco di tempo così lungo e così pesante. Dare la soddisfazione alla mamma ed al fratello – la mamma ancor di più, perché aveva sempre gridato che fosse stato Badalamenti, che aveva anche resistito alle sollecitazioni di chi cercava di dirle che potessero essere stati i Corleonesi, e anche allora fu lei a dire: “io lo so che è stato Badalamenti”- ecco, avere visto la conclusione è stato da un canto liberatorio e da un altro lato è stato l’avere realizzato che una parte della mia vita si era conclusa. Il processo mi definiva anche da un punto di vista professionale. Quindi sì, il processo Impastato, per quanto riguarda me, è stato anche più importante del Maxi-processo.  

Che aria si respira oggi a Cinisi e in particolare in tutta la Sicilia?

Certamente in questo momento la mafia ha deciso di abbassare il tono e di abbassare i livelli, di non utilizzare il terrorismo, ma la mafia c’è. La mafia è stata colpita. I processi di mafia, se si riescono a fare, non finiscono come finivano con il Maxi-processo. Non è tutto come prima, ma per dirla con uno slogan “è viva ed è in mezzo a noi”. Ha adottato lo stile della sommersione, sta provando a riconnettersi con il mondo finanziario, probabilmente ha diversificato anche i suoi interessi da un punto di vista finanziario e dei capitali. La mafia c’è in Sicilia perché la Sicilia è il suo territorio, ma le inchieste in giro per l’Italia ci dimostrano che è presente in diversi luoghi in maniera determinata e determinante. 

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