Il business delle Ecomafie: l’impatto sociale nell’era dei veleni

Pubblicazione della tesi di analisi sociologica del fenomeno delle Ecomafie

               

Professore: Marco Deriu                                           

                         Studente: Raffaele Riccardo Buccolo

“ Questa è la storia di un mostro, non si dovrebbe usare questa parola, ma noi la usiamo lo stesso. Non stiamo parlando di uno psicopatico serial killer anche se si tratta di uno degli assassini più brutali e feroci che esistano. Un mostro che divora tutto quello che incontra”

Blu notte – Misteri italiani – Ladri di Futuro

Indice

  1. La nascita delle Ecomafie in un periodo post modernista. 
  2. Rifiuti tossici
  3. Seveso: staffetta criminale tra governo ed Ecomafie, quando la politica non funziona
  4. Le parole di chi le Ecomafie le gestiva
  5. La verità è sotto terra
  6. Le navi della morte: quando la terra non basta
  •   La nave Cunsky e il fondale dei veleni
  1. I numeri delle Ecomafie
  2. Come si combattono le ecomafie? Una filiera di controllo che non funziona

ABSTRACT

Questa tesi vuole farsi carico di analizzare un fenomeno che dalla metà del ‘900 ha iniziato ad avvelenare l’ecosistema per fini prettamente economici. In un periodo di analisi di soli 15 anni questo processo illegale ha portato ad un totale di 54 milioni di quintali di rifiuti occultati. Le attività illecite in termine di luoghi fisici di stoccaggio, riguardano prevalentemente il Sud-Italia con un’alta concentrazione nella regione Campania. Un’analisi sociologica deve guardare al fenomeno scomposto in ogni piccolo tassello, per ricomporre il tutto in un paper che guarda al disastro delle Ecomafie come uno dei peggiori crimini che l’umanità ha conosciuto. In particolare, si tratta di un’analisi pratica dell’impatto effettivo delle Ecomafie all’interno della società moderna. L’avvelenamento dell’ecosistema porta inevitabilmente ad un avvelenamento della vita per l’uomo. La crisi ambientale conseguente al disastro delle Ecomafie è parte di un’economia lineare di rifiuti che ha pensato solo al “qui adesso” senza riflettere in alcun modo ai danni che questo tipo di attività avrebbe portato in futuro. Tracceremo una linea temporale delle maggiori inchieste di disastri ambientali ripercorrendo dati e problemi che questo fenomeno ha portato. Nella così detta Terra dei Fuochi, un’area di sversamento e combustione illegale di rifiuti tossici, l’analisi del sangue di pazienti oncologici, ha riscontrato la presenza di metalli pesanti come cadmio, mercurio, arsenico e piombo. I pazienti risiedenti in queste zone avevano alti livelli di metalli nel sangue non riscontrati in altre zone pulite della Campania. Tra il 2015 e il 2018 sono state promulgate alcune leggi a sostegno della magistratura per combattere il fenomeno delle Ecomafie. Nel solo anno 2018-2019, 23 amministrazioni comunali sono state sciolte per infiltrazione mafiosa nella gestione pubblica.

1) La nascita delle Ecomafie in un periodo post modernista.

Ecomafie. Legambiente conia questo termine per descrivere tutte le attività illecite operate da organizzazioni criminali che creano danni all’ambiente. L’attività illecita è secondaria al controllo sul territorio, infatti, le organizzazioni criminali operano in zone all’interno delle quali controllano diversi aspetti: racket, estorsioni, piazze di spaccio, controllo terreni, abusivismo edilizio e controllo terreni agricoli per smaltimento rifiuti. 

Il termine “Ecomafia” appare per la prima volta nel 1994, e nel 1997 viene pubblicato il primo rapporto sulle Ecomafie che puntualmente ogni anno si occupa di redigere un resoconto dell’attività illegale contro l’ambiente. Le radici di questa attività vanno ricercate in un periodo dove l’industrializzazione inizia a fare i conti con la difficoltà nello smaltire i prodotti di scarto della produzione e nella poca praticità della manovra. Sono gli anni che susseguono al grande boom dell’urbanizzazione post industrializzazione, dove le economie diventano sempre più macro-economie, con una conseguente nascita di una società del bisogno improntata al consumo frenetico. Le città si dividono in 2 comparti, produzione e consumo. Il filo portante di questa nuova società è l’aumento del benessere dell’individuo. L’industrializzazione porta progresso e, inevitabilmente, porta anche alla ricchezza di pochi e alla povertà di molti. Il sistema economico capitalista diventa l’asse portante della società novecentesca, basando il tutto su un modello di domanda e offerta.   

Negli stessi anni nascono i primi gruppi criminali organizzati con uno stampo prettamente “aziendale”. Così, tra gli anni ‘50 e ‘60 le grandi industrie di produzione incominciano a commissionare i primi appalti di smaltimento di materiale per lo più all’interno di cave rurali e terreni o aree boschive. 

Mediaticamente le Ecomafie verranno portate alla ribalta solo negli anni ‘80/‘90 quando si scopriranno i responsabili del disastro e smaltimento di Seveso, si inizieranno a tessere gli appalti del terremoto dell’Irpinia e si parlerà dell’omicidio di Ilaria Alpi. Proprio nell’Inchiesta sull’omicidio di Ilaria Alpi, giornalista che indagava su traffici di rifiuti mondiali, avvenuto nel 1994, si parla di traffici mondiali di rifiuti tossici che portano gli stessi dai paesi iper industrializzati, a spedire gli scarti produttivi verso l’est Europa e in Sud Africa, regioni povere e con sistemi legislativi molto deboli e facili alla corruzione. Con il terremoto dell’Irpinia, le cosche criminali del Sud Italia realizzano di poter creare un secondo  terremoto, non interessava la portata distruttiva ma solo quella economica! << La criminalità ambientale – spiega Pietro Grasso – infesta intere aree geografiche a partire dal sud, dove la criminalità organizzata riesce a inquinare ogni aspetto della vita economica e sociale, a imporre scelte strategiche per il territorio, a decidere la sorte di intere comunità>>. Nella trasmissione Blu Notte -misteri Italiani-, si racconta che il calcestruzzo, con il quale si ricostruivano le case nell’entroterra Campano post terremoto, veniva formato da un impasto di terra e fanghi tossici, calcificando i rifiuti tossici nei muri delle nuove abitazioni.

Nel 1999 sono state prodotte 72.5 milioni di tonnellate di sostanze tossiche in Italia, di queste, quasi il 20%, è stato smaltito attraverso le ecomafie.

2) Rifiuti Tossici

Per meglio comprendere la gravità dello sversamento dei rifiuti tossici da parte delle organizzazioni di stampo mafioso, è bene capire quando un rifiuto è tossico. Si definisce tossico un materiale generalmente di scarto dalle industrie chimiche, agricole o mediche. Possono essere scarti produttivi di batterie, cosmetici, armi nucleari e chimiche, fertilizzanti, pesticidi, impianti di ogni tipo, batterie e liquidi esausti, oli, siliconi e petrolati delle industrie cosmetiche. Questi rifiuti non hanno una forma standard, possono essere liquidi o solidi e contenere sostanze pericolose come radioisotopi, metalli pesanti e diversi tipi di altre sostanze. 

Ma come si è arrivati a questo fenomeno di smaltimento illegale? 

Con l’avvento dell’industrializzazione, quindi con la nascita delle prime industrie, si è creato un sempre maggiore bisogno di smaltire le materie di scarto. Piano piano che l’industria ha preso il posto dell’artigianato, i numeri produttivi sono presto diventati molto grandi, con relativi scarti di produzione da gestire e smaltire. Come si nota nel grafico in basso, negli ultimi 1000 anni il prodotto interno lordo ha diviso l’intero pianeta in nazioni molto ricche e nazioni molto povere. Non è un caso se sono sempre le nazioni e le regioni più ricche a mandare i rifiuti tossici nelle regioni più povere dietro pagamento di tangenti ”lascia passare”. Lo smaltimento legale costa fino a 10 volte di più dello smaltimento illegale. Come riferì, e lo vedremo nel prossimo paragrafo, il pentito Schiavone: “Legalmente per un fusto ci volevano due milioni e mezzo, noi lo facevamo a 500 mila lire”.

3) Seveso: staffetta criminale tra Governo ed Ecomafie, quando la politica non funziona 

È il 10 luglio del 1976, sono appena passate le 12:30 e ciò che sta per accadere lascerà un’impronta nella memoria collettiva. Definita dai mass media dell’epoca “la piccola Chernobyl”, la città di Seveso, in periferia di Milano, diventa per giorni e giorni oggetto di interesse nazionale e non. Il mal funzionamento di un forno nello stabilimento chimico dell’ICMESA porta al rilascio in atmosfera di un alto quantitativo di diossina. L’esercito pone sotto controllo l’intera area e la città viene evacuata. L’intera emergenza porterà a migliaia di animali morti, aborti spontanei per la pericolosità della diossina inalata e diverse intossicazioni cutanee. Nei giorni successivi la diossina viene isolata, e bisognosa di essere smaltita, viene stoccata in 41 bidoni: il nostro interesse verrà incentrato proprio sulla gestione e smaltimento della diossina catturata.

A cavallo tra gli anni ‘60 e ‘80 vi è il boom delle Ecomafie. Sono gli anni caldi della corruzione Stato-Mafia. Quello che si consuma nelle prossime righe è un rapporto a 3 tra mafia, Politica statale e Industriali. Inizia una lunga staffetta con l’unica missione di occultare e dematerializzare dall’opinione pubblica la Diossina di Seveso. In questi anni i mezzi dell’informazione sono prettamente televisivi e cartacei, la macchina mediatica è molto lenta e gli affari illeciti sono più semplici da gestire. L’opinione pubblica che si costruiva in quegli anni aveva un unico interrogativo. “Che fine farà la diossina?”.

A dirigere l’operazione di smaltimento e messa in sicurezza del carico di diossina, vi è Luigi Noè, senatore della Dc conosciuto nei sobborghi politici per il suo traffico di affari riservati e accordi privati. L’opinione pubblica viene informata dello smaltimento dei 41 bidoni di Diossina, lo stesso Noè informa la nazione esclamando ai media nazionali: “La Diossina è regolarmente partita in un camion scortato da me personalmente e diretta ad un sito di stoccaggio oltre confine”. La Diossina in realtà non è mai partita, serviva una storia per l’opinione pubblica e Noè ha saputo creare e raccontare una storia.

 L’intero carico verrà poi affidato, illegalmente, a Bernard Paringaux, proprietario della Spedilec, famoso trafficante in materia di crimini ambientali. Sei mesi dopo uno scoop del giornale <<Science te Vie>> svelerà i nomi e il traffico dei 41 bidoni, ritrovando l’intero carico in un paesino francese, Anguilcourt-le-Sart. L’intera vicenda si conclude con il solo arresto di Paringaux per il traffico illegale di rifiuti e diverse assoluzioni, tra cui il politico Noè, mente dello smaltimento illegale di Seveso.

Ancora oggi la vera storia non è mai stata raccontata. 

Perché dico questo? In un’intervista del 1993 per il Corriere della Sera una testimonianza istituzionale dirà: “Ho visto i fusti ritrovati in Francia e non avevano nulla a che fare con quelli partiti da Seveso, ne sono certo”. 

Una nube di Diossina, mai stoccata e sepolta chissà dove, è l’unica certezza che si è fatta strada negli anni. 

4) Le parole di chi le Ecomafie le gestiva

7 ottobre 1997 – verbale desecretato, dichiarazione di un pentito di Camorra. 

“Da Massa Carrara, Genova, da La Spezia, da Milano. So che da quest’ultima c’erano grosse società che raccoglievano rifiuti, anche dall’estero, rifiuti che poi venivano smaltiti al sud”. Le parole sono di Carmine Schiavone e fanno parte di una serie di informazioni rivelate in seguito al suo pentimento. “All’epoca tenevo ancora il relativo registro in cui figurava che per l’immondizia entravano 100 milioni al mese, solo dopo mi sono reso conto che il profitto era di almeno 600/700 milioni al mese. In queste discariche arrivava di tutto non rifiutavamo nessun liquido, nessun solido”. Fanghi nucleari, migliaia di fusti di tuolene, ogni tipo di residuo industriale, si prendeva di tutto. 

5) La verità è sotto terra

Carmine Schiavone, oggi pentito di Camorra e all’epoca boss e specializzato in gestione di crimini ambientale, riferisce che il sistema era unico per tutte le regioni. La tecnica era molto elementare e si chiamava “l’intombamento”; scavare buche enormi con macchine meccaniche con profondità da 1,5 metri fino a 30-40 metri. “All’inizio si operava lo scavo con ruspe a più di sette metri di profondità per interrare le scorie tossiche, trasportate con camion di grande taratura dalle industrie del Nord Italia. Ma già dopo le prime indagini della magistratura però la Camorra cambia tattica e passa al piccolo smaltimento: furgoni e motocarri di dimensioni modeste abbandonati con il loro carico di rifiuti pericolosi nelle campagne, e bruciati in pire innescate da cumuli di pneumatici cosparsi di benzina. Quei roghi hanno cambiato il nome di un’intera terra e avvelenato migliaia di persone, così nasce la Terra dei  Fuochi”.

Non importava a nessuno se la gente moriva, il business era business. Lo stesso Schiavone riferisce i numeri impressionanti di questa economia della malavita. Egli ipotizza che negli ultimi venti anni, la Camorra, nel solo triangolo della morte, un’area tra Acerra Nola e Marigliano, abbia versato e seppellito 341 mila tonnellate di rifiuti speciali pericolosi, 160 mila non pericolosi e 305 mila tonnellate di immondizia urbana. Per quanto riguarda i fanghi radioattivi provenienti dalla Germania, sono stati riversati direttamente nei laghi di Lucrino e D’Averno. Ogni fusto veniva pagato 500 mila lire mentre per un normale procedimento di smaltimento legale il lavoro sarebbe costato 2 milioni e mezzo di lire o più. 

In un verbale del 1997, Carmine Schiavone, riferiva di un secondo modo di occultare i rifiuti. Alcune navi “sono state fatte affondare” nel mare Mediterraneo, piene di rifiuti tossici. 

6) Le navi della morte: quando la terra non basta

Quando non basta la terra, quando l’uomo si accorge che c’è un secondo luogo in cui la verità può essere sotterrata, allora arriva nel mare. E così  negli anni, ci sono state decine di “Navi della Morte”, battelli carichi di rifiuti speciali provenienti da industrie e seppelliti nei fondali marini. 

– La nave Cunsky e il fondale dei veleni

Nel 2009 il magistrato Bruno Giordano riporta in auge il caso della “nave dei veleni” di questo mistero negli anni ne ha parlato Carmine Schiavone e il pentito Fonti, mafioso della ‘Ndrangheta Calabrese. La nave sarebbe stata affondata, carica di materiale radioattivo, al largo delle coste Calabresi. Proprio Francesco Fonti fu il primo pentito a parlare di questo tipo di smaltimento illegale: “far affondare la nave co sopra i rifiuti”. Purtroppo la nave indicata dal pentito portò ad un grosso mistero, poiché mai effettivamente ritrovata. Una testimonianza alla commissione d’inchiesta sulle ecomafie, di un magistrato, Bruno Giordano, riapre il caso. Così appare anche un fascicolo secretato.  

In particolare, il magistrato Giordano racconta che in alcuni rilievi dell’agenzia regionale per l’ambiente, in Calabria, si erano notate alcune impronte di 50 metri per 8 metri sul fondale marino proprio nell’aria indicata dal pentito Fonti. 

In seguito a questa deposizione, Giordano attira l’interesse del vecchio assessore regionale Silvio Greco, e con questi l’azienda Nautilus che metterà a disposizione della procura un robot subacqueo per l’ispezione del fondale oggetto dell’inchiesta. 

Questo è il testo integrale del reso conto di ciò che videro quel 12 settembre 2009 attraverso il robot, sul fondale marino oggetto d’inchiesta. 

“Ci siamo trovati davanti una nave di 120m x 20m, con una fiancata alta 10 metri ed un evidente squarcio a prua dall’interno verso l’esterno come aveva raccontato nelle sue dichiarazioni il pentito Fonti. Si tratta di una nave costruita tra gli anni ’50 e ’60 e sembrerebbe corrispondere alla Cunski. Dai registri abbiamo verificato che non ci sono stati affondamenti bellici in quel punto”. 

Tornando agli inizi di questa analisi, il Ministero per l’Ambiente, nel 2005 istruì un rapporto in cui non c’era presenza alcuna di nessun tipo di imbarcazione sul fondale indicato dal pentito Fonti; mentre nel 2009 il magistrato Giordano, coadiuvato da un gruppo scientifico e robot subacquei, riferisce di aver trovato, nello stesso punto oggetto della precedente indagine, una nave di 120 metri per 20 metri di larghezza, 

Sarà che nella prima ispezione è passata inosservata?

Passata inosservata come la morte di Ilaria Alpi, avvenuta in Somalia mentre investigava su un traffico internazionale di rifiuti tossici, la cui morte è stata depistata più e più volte, la sua colpa? Aver svelato un giro di maxi tangenti che permetteva di sversare, alle grandi industrie europee, quintali di rifiuti in zone sconfinate di paesi sottosviluppati in cambio di soldi e armi ai gruppi politici del posto.

Il magistrato Giordano continua in un resoconto dettagliato di ciò che si vedeva attraverso gli occhi meccanici ma molto limpidi, “Dallo squarcio di una prua fuoriuscivano due bidoni, ma la cosa più terribile che vedemmo furono due teschi appoggiati ad un oblò”. 

Il 18 settembre 2009 il Ministero dell’Ambiente smentirà il racconto di Giordano indicando il relitto come una nave della seconda guerra mondiale. Ipotesi che successivamente non troverà nessun fondamento. La Stampa, in un articolo del 2017, riferisce di aver visionato un documento desecratato che indicherebbe che tra il 1989 e il 1995 nel Mediterraneo sono state affondate 90 navi con indice di “presunti traffici di rifiuti tossici e radioattivi”. Questo fenomeno delle navi veleno, nato alla fine degli anni ‘80 doveva rimpiazzare i troppi quintali di rifiuti tossici che via terra erano smaltiti a rilento. 

7) I numeri delle Ecomafie

In un rapporto di Legambiente, visionabile sul sito dell’organizzazione ed archiviato nel 2015, si legge, che nel 2014 sono stati accertati 29.293 reati contro l’ambiente per un giro d’affari di 22 miliardi di euro. Sempre nello stesso rapporto si indicano Campania, Sicilia, Calabria e Puglia come le regioni principali in cui si concludono queste attività illecite. Le Ecomafie nascono da un bisogno di medio/grandi imprenditori di smaltire ingenti quantità di scarti di lavorazione a prezzi molto infimi rispetto al legale smaltimento. Di seguito un report di Legambiente in cui sono elencati quanto costano in termini di disastro ambientale le ecomafie ogni anno. Il tasso di reati contro l’ambiente per mano umana (criminale) è pari a 3,2 reati ogni ora. Nel 2017 sono state denunciate oltre 39 mila persone, con un rapido calcolo capiamo bene che ogni giorno, più di cento persone commettono almeno un reato contro l’ecosistema. Nel 2018 gli illeciti per mezzo di occultamento sono stati 8 mila, 22 occultamenti pesanti al giorno, ma in termini di spazio in cosa si traduce? Il 45% dei reati commessi sono perpetrati tra le 4 regioni italiane con il maggior numero di reati e organizzazioni di stampo mafioso (Puglia, Calabria, Campania, Sicilia). La Campania domina il quadro nazionale con il 14% del totale dei reati ambientali. Le 5 città per disastri ed illeciti ambientali sono Napoli, Roma, Bari, Palermo e Avellino in termini di numero di casi di disastri confermati. Si parla sempre di organizzazioni, ma le organizzazioni sono fatte di singoli individui che operano nella criminalità ambientale, allora vediamo come dal 2002 al 2019 sono stati denunciati per delitto di organizzazione di traffico illecito di rifiuti ben 9000 persone con il 30% di questi posti in regime di arresto. Numeri da capogiro se analizziamo la quantità di merce che negli anni è stata trovata e requisita, 54 milioni di tonnellate. Quanti sono 54 milioni di tonnellate? Beh, se si pensa che un report di Greenpeace ha stimato che nei mari di tutto il mondo ci sono circa 250 mila tonnellate di plastica, capiamo bene quanto sia il volume di 54 milioni di tonnellate, nella sola Italia, in un periodo di appena 15 anni. 

Se la grandezza di questo fenomeno dovesse apparire ancora incerta, forniamo un secondo esempio. 

Solo nel 2010 sono stati sequestrati 2 milioni di rifiuti pericolosi nell’intera penisola, se fossero stoccati all’interno di camion per trasporto rifiuti, si parlerebbe di ottantunomila camion, una fila continua di camion da Milano a Reggio Calabria.

I prezzi del Mercato Nero dei rifiuti vanno da 0,15 centesimi al chilogrammo per imballaggi di rifiuti pericolosi, fino ai 0,60 centesimi al chilogrammo per il pentasolfuro di fosforo e per i rifiuti radioattivi pericolosi. 

8) Come si combattono le Ecomafie? Una filiera di controllo che non funziona

La lotta alla “Mafia dei veleni” parte nel 2002. In questa data il traffico illecito di rifiuti diventa delitto verso l’ambiente. Dal 2002 ad oggi sono state ben 679 le aziende poste sotto controllo per traffico di rifiuti. Non giriamoci attorno, il Business delle Ecomafie è un problema proprio nella misura in cui il legale sfugge al controllo e diventa illegale. Come fanno, in 15 anni, a sfuggire alla filiera di controllo 54 milioni di tonnellate di rifiuti? Si denota così che solo 1/3 dei reati commessi sono stati denunciati e perseguiti realmente. Nel 2015 arriva la legge 68/2015 sugli ecoreati che porta ad una progressiva schematizzazione della rete criminale operante in questo campo. In questo senso bisogna cambiare prospettiva di controllo, poiché il perseguire l’associazione criminale è solo il secondo step di un primo che non funziona, il controllo della filiera dei rifiuti. Bisogna imporre alle aziende un registro rigido, che non permetta smaltimenti illegali e che dia premi alle aziende che si distinguono in materia di smaltimento, cosicché lo smaltimento legale diventi la meta ambita di una filiera di controllo che torna a funzionare.

Bibliografia:

  • articoli.alessandroiacuelli.net
  • Andrea Palladino, Trafficanti: sulle piste di veleni
  • Poadcast Blu notte, Misteri Italiani. Ladri di Futuro – Storia delle Ecomafie
  • Wikimafia, alla voce “Ecomafie”
  • Legambiente, numeri delle Ecomafie
  • L’Espresso, come si battono le Ecomafie
  • Fanpage, “Ho visto la nave dei Veleni”

Immagini a cura di

  • Carmen Gita, “bidoni radioattivi” e “ la nave dei veleni” illustrazioni in bianco e nero eseguite dopo la lettura di questa tesina.
  • Salvator Dalì, Il Sogno Americano.

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