I candelotti della Palermo di Libero Grassi. Ventinove anni dopo esplodono ancora.

E’ il 9 aprile del 1991, siamo a Palermo, due zingari si apprestano ad accendere alcuni candelotti di dinamite davanti l’azienda tessile SIGMA dell’imprenditore Libero Grassi. Non è il primo attentato e non sarà l’ultimo. 

Siamo sempre ad Aprile, il primo del mese, di ventinove anni dopo. Siamo a Foggia, nel Sud Italia. Non c’è tregua, a quasi trent’anni c’è un nuovo candelotto di dinamite, e tra questi chissà quanti altri esplosi. 

Quella dei nostri giorni è un’Italia completamente trasformata, diversa, un’Italia che combatte un virus. Ma non è il virus a fare notizia. Per quanto il soggetto di questa storia, l’attentatore, si sia cautelato premunendosi di mascherina, quasi ad indicare la normalità, quasi a voler dire questo è un motivo estremamente urgente per uscire di casa. 

Il nostro attentatore, con la mascherina ben salda, scende dalla bicicletta, accende un candelotto di dinamite e lo inserisce sotto la saracinesca del “Sorriso di Stefano” un centro per anziani operante a Foggia. Cosa accomuna queste due storie molto simili? 

Tre parole dette con paura, “Non ci arrendiamo”. 

Libero Grassi non era uno sprovveduto, non voleva giocarci con la mafia. Non era così folle. Lui voleva difendere la sua libertà. La sua libertà di scegliere, di sbagliare, di pensare. Lui ha combattuto un sistema malato perché pagare il pizzo sarebbe stato la fine della sua libertà, di quella della sua famiglia, dei suoi operai. In una Sicilia sacrificata e intimorita, Libero insegnava a rispettarci come uomini liberi. 

Il 4 Aprile 1991, 5 giorni prima dell’ennesimo attacco ai danni dell’azienda di Libero Grassi, un giudice di Catania, Luigi Russo, afferma che: “Pagare il pizzo non è reato”.

Ecco, non sappiamo come finirà la storia di Foggia e le altre mille storie vittime di un sistema malato, omertoso, indifferente. Sappiamo come è finita quella di Libero però. E’ finita in estate, un giorno sul finire di agosto. Nessuno è riuscito a togliere la libertà di Libero Grassi, nessuno. Nemmeno quella pistola, quella mattina, alle sue spalle.

In ricordo di Libero Grassi e per dare coraggio alle migliaia di vittime di estorsioni mafiose segue una lettera, scritta proprio da Libero, a quegli impostori che tanto lo facevano arrabbiare. 

Caro estortore. Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui.

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