Ex-Ilva, grigio acciaio: la storia infinita di una città sacrificata (Parte 2)

Continua il nostro racconto di Taranto. L’acciaieria Ex-Ilva ha infatti inciso profondamente la storia della città, cambiandone i connotati: quelli del territorio, in cui si presenta come una macchia nera velenosa, e quella di moltissimi cittadini, a cui la malattia ha stravolto le sembianze. Il grigio acciaio di Ex-Ilva è diventata una questione ambientale e sanitaria di una gravità senza precedenti. E il cielo si fa più grigio sopra Taranto.

In principio fu il divieto di pascolo

A comprendere per prima – seppur già tardivamente – la gravità della situazione ambientale all’interno del complesso ex-Ilva di Taranto, fu la Regione Puglia. Nel 2010, prendendo atto dei livelli insostenibili di diossina e policlorobifenili nei terreni, con l’Ordinanza della Giunta Regionale n.176 dispone il divieto di pascolo sui terreni ricadenti entro un raggio di non meno di 20 km attorno all’area industriale di Taranto. Ma il disastro ambientale e sanitario di Taranto ha radici profonde. Già nel 1964, ben prima della fine della costruzione dello stabilimento, l’allora Ufficiale Sanitario di Taranto Alessandro Leccese, in un convengo di medicina sociale, denunciava quella che allora sembrava solo una catastrofica ipotesi: il possibile inquinamento da benzoapirene, berilio e molto altro, che metteva in pericolo l’ambiente e la salute dei cittadini. 

Ad avere per primi coscienza della dannosità dell’impianto siderurgico furono però i pescatori, che già nel 1962 iniziavano a protestare, convinti che le idrovore dell’Ilva avrebbero causato danni gravi alla pesca e alla mitilicoltura, fiore all’occhiello della città. La rivista Taranto oggi domani invece, nel luglio 1971 denunciava l’alto grado di inquinamento atmosferico soprattutto nel quartiere Tamburi, a ridosso della fabbrica: i parchi minerali si trovano a 170 metri dalla zona residenziale, le cokerie a 730 metri e il muro di recinzione a 135 metri dalla casa più vicina del quartiere, che conta oggi circa 15000 abitanti. Ancora, nel 1980, un articolo del Corriere del Giorno riportava un deciso aumento delle morti per mesotelioma nella provincia di Taranto nel decennio 1970-79, se confrontato con il decennio precedente.

Le proporzioni del dramma sanitario e ambientale nel capoluogo ionico, a partire dai primi anni ‘90, erano evidenti sia alla popolazione che ai medici che constatavano un aumento di malattie da mesotelioma, leucemie, patologie tumorali e malattie della tiroide – scrive Angelo Bonelli in “Goodmorning diossina”, libro che ricostruisce la vicenda di Taranto – Nonostante vi fossero segnali preoccupanti dal punto di vista sanitario, collegati alla grave situazione di inquinamento ambientale, le istituzioni si dimostravano immobili e latitanti”.

ex-Ilva Taranto
Taranto dall’alto. La zona ricoperta dall’ex-Ilva più scura, adiacente al quartiere Tamburi. Colpo d’occhio impressionante. Fonte Google Maps

Come sostiene il rapporto «Il disastro ambientale dell’ILVA di Taranto e la violazione dei diritti umani», redatto dalla Fédération Internationale des Droits de l’Homme (FIDH), insieme all’Unione Forense per la Tutela dei Diritti Umani, Peacelink e HRIC, fino al 2005 la popolazione viene tenuta all’oscuro della situazione legata all’inquinamento delle zone circostanti l’Ilva e all’impatto ambientale delle industrie. Prima dell’aprile 2005 infatti, non c’era stata alcuna notifica riguardante la presenza di diossina. Fu poi l’associazione ambientalista Peacelink a denunciarne il ritrovamento nel formaggio e negli animali che ha portato poi alla delibera della Regione, e non le autorità della città pugliese.

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