Diplomazia, punti di vista e una stretta di mano: Cosa è successo durante l’incontro tra Putin e Biden (che ora punta ad incontrare Xi Jinping)

Tra i diversi documenti e relazioni che hanno diviso l’incontro tra Joe Biden e Vladimir Putin, ne risalta uno in particolare. Una lista di 16 infrastrutture statunitensi che il presidente americano nel consegnarla all’omologo russo ha chiesto attenzione. Il gesto assume notevole rilievo dopo il presunto attacco dell’oleodotto Pipeline – poi smentito da un gruppo Hacker – e la sempre più incombente minaccia cyber proveniente dal fronte eurasiatico. 

Come si è arrivati all’incontro

Nei mesi precedenti diverse uscite pubbliche hanno animato i rapporti diplomatici tra le due potenze. Divenuta celebre la frase di risposta ad un giornalista – “Lei conosce Vladimir Putin. Pensa che sia un killer?”, “Lo penso” – in cui il presidente Biden appellava Putin come “assassino”. Gli argomenti con cui si è arrivati al summit erano diversi e centrali nel fronte cibernetico, democratico e spaziale. Si è discussa della posizione della Russia in Ucraina e della crisi innescata dalla presenza di un corposo fronte militare a sorvegliare ed intimidire lo Stato. Si è anche – ed ovviamente – parlato della posizione del Cremlino nei confronti degli oppositori politici e dissidenti con un focus cristallizzato sul caso Navalny. L’incontro arriva quindi dopo mesi difficili in cui importanti questioni economico/politiche hanno diviso i due blocchi mondiali. 

Per chi si aspettava un faccia a faccia congruo con le exploit provenienti dai due paesi mezzo stampa, le attese non sono state soddisfatte, almeno non palesemente. Tanta diplomazia, diversi punti di vista e una stretta di mano.

Diversi interessi ma unico obiettivo: Pechino

Dopo il rafforzamento del patto atlantico, conseguente alla elezione del presidente democratico americano, Russia e Cina hanno dovuto inevitabilmente fare forza comune per spedire segnali di potere al gruppo atlantico capeggiato proprio dal potere degli Stati Uniti. Negli ultimi mesi l’Europa è diventata terreno di questo scontro. Si è partiti dalle sanzioni di Regno Unito, Usa e diversi paesi occidentali contro le violazioni dei diritti umani nei campi di detenzione Uiguri, alla conseguente risposta di Pechino con l’espulsione di diplomatici europei. C’è poi stato il caso Biot, la drama-story di spionaggio e controspionaggio dove al centro delle informazioni trafugate c’era niente di meno che segreti sul patto di difesa NATO. Proprio l’UE, forte della ventata Usa e del sostegno nelle sanzioni, ha dichiarato a Marzo nelle parole di Josep Borrell, capo della diplomazia europea: “Pechino farebbe meglio a impegnarsi nel dialogo invece di essere conflittuale”.

Sul tavolo mondiale e negli interessi di Biden c’è la sempre più intensa guerra commerciale tra Usa e Cina che proprio in questo periodo storico va intensificando a causa della crisi che sta vivendo il settore microchip e semiconduttori, da cui la Cina ne uscirebbe largamente fortificata. Nello scenario odierno la Cina è l’officina tech del mondo, dove le maggiori aziende Big-Tech hanno basi di approvvigionamento nel paese. Apple, ad esempio, ha come centro di produzione della componentistica micro-elettronica un gruppo industriale, la Foxconn Technology, con base nella nella Repubblica Popolare Cinese. Nell’ottica di guerra commerciale era diventata centrale la questione Huawei nel 2020 – considerata vicina al presidente Xi Jinping e accusata di spionaggio attraverso i singoli device in commercio – tanto da spingere il governo statunitense ad imporre sanzioni per limitare l’approvvigionamento di dati a scopo di controllo civile e militare di Pechino.

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